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Due organismi appartengono alla stessa specie se possono riprodursi tra loro e avere figli fertili.
Potresti ricordare questa definizione dalle lezioni di scienze. È comprensibile e sembra darci un criterio preciso per mettere ordine tra gli esseri viventi.
Poi proviamo ad applicarla a un batterio, che si riproduce dividendosi in due. O a un animale estinto, del quale ci è rimasto qualche osso. E scopriamo che persino animali considerati di specie diverse possono, in certi casi, avere discendenti fertili.
La definizione imparata a scuola resta utile, ma non vale per tutti gli organismi e non risolve ogni caso. Per riconoscere una specie servono, a seconda delle circostanze, indizi diversi. E qualche confine rimane incerto.
Somigliarsi non basta
La formula scolastica riassume il concetto biologico di specie: un insieme di popolazioni i cui individui si riproducono, o potrebbero riprodursi, tra loro in natura, rimanendo separati sul piano riproduttivo dagli altri gruppi.
Il riferimento alle popolazioni è importante. L’appartenenza a una specie non dipende dalla capacità del singolo individuo di avere figli: un animale sterile continua a farne parte.
Anche l’aspetto può ingannare. In alcune specie di uccelli, maschi e femmine hanno piumaggi tanto diversi che, senza saperlo, potremmo scambiarli per animali di specie differenti. Viceversa, organismi quasi identici possono appartenere a specie distinte.
Il criterio biologico guarda quindi a ciò che accade attraverso le generazioni. Quando individui di popolazioni diverse si riproducono tra loro, i geni passano da una popolazione all’altra: è il cosiddetto flusso genico.
Questo scambio contribuisce a mantenerle unite. Se si riduce, per esempio perché le popolazioni rimangono isolate in territori diversi, le differenze possono accumularsi. Con il tempo possono emergere ostacoli alla riproduzione anche qualora tornassero a incontrarsi: comportamenti di corteggiamento diversi, periodi riproduttivi che non coincidono, incompatibilità genetiche.
È uno dei percorsi attraverso cui possono nascere nuove specie.
Le cornacchie che complicano la definizione


Prendiamo la cornacchia nera e la cornacchia grigia. La prima ha un piumaggio interamente nero; la seconda combina parti nere con un busto grigio. Tendono a scegliere partner simili a sé, ma nelle zone in cui si incontrano possono accoppiarsi e generare ibridi, a loro volta fertili.
Allora sono una specie sola o due specie diverse?
La presenza di ibridi non basta, da sola, a cancellare la separazione tra due gruppi. Bisogna capire quanto siano frequenti gli incroci e se, nel tempo, le popolazioni mantengano caratteristiche e comportamenti distinti. Le due cornacchie continuano a essere riconoscibili nonostante lo scambio di geni nelle zone di contatto.
Il confine, insomma, lascia passare qualcosa. Ed è proprio questo a rendere il caso interessante per chi studia come si formano le specie.
Con i batteri, invece, il criterio riproduttivo incontra un limite ancora più evidente. Un batterio che si divide in due non ha bisogno di un partner: chiedersi se possa avere figli fertili con un altro batterio serve a poco. Per distinguere le specie si confrontano soprattutto i genomi e le caratteristiche degli organismi.
E con i fossili? Non possiamo osservare come un animale estinto scegliesse il partner. Studiamo allora la forma e la struttura dei resti, l’epoca e il luogo in cui visse. In alcuni casi, relativamente recenti, possiamo recuperare anche del DNA.
Il problema resta riconoscere una specie; cambiano le informazioni che abbiamo a disposizione.
Non esiste un solo test per riconoscere una specie
Tutto questo potrebbe far pensare che i biologi decidano un po’ a piacere dove finisce una specie e ne comincia un’altra. Ma le somiglianze, le parentele e gli scambi genetici sono fenomeni osservabili: una classificazione deve renderne conto.
I diversi criteri cercano di cogliere aspetti di questa realtà. La struttura del corpo permette di confrontare organismi di cui abbiamo soltanto i resti. Il comportamento riproduttivo rivela quanto due popolazioni siano isolate. Il DNA aiuta a ricostruirne la parentela e la storia evolutiva.
Quando questi indizi concordano, la distinzione è più solida. Quando danno indicazioni diverse, occorre capire perché. È anche su casi come questi che gli studiosi possono arrivare a classificazioni differenti.
C’è poi una difficoltà che nessuna definizione può eliminare: la speciazione, cioè la nascita di nuove specie, è un processo graduale. Perciò esistono casi limpidi e casi di frontiera, proprio come esistono città che tutti riconoscono come separate e periferie in cui è difficile dire dove una finisca e l’altra cominci.
Quando distinguere due specie aiuta a proteggerle
Fino al 2021, la Lista Rossa dell’IUCN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, valutava gli elefanti africani come un’unica specie. Quell’anno, alla luce delle evidenze genetiche e del consenso maturato tra gli esperti, li valutò separatamente:
Elefante di foresta: in pericolo critico di estinzione.
Elefante di savana: in pericolo di estinzione.
Le due valutazioni permisero di descrivere meglio una situazione che la voce unica “elefante africano” rappresentava solo in parte. Le popolazioni avevano subito declini diversi e vivevano in ambienti differenti, con esigenze di conservazione da considerare separatamente.
Distinguere le specie aiuta quindi anche a capire quali animali rischiamo di perdere e dove concentrare gli interventi. Un cambio nella classificazione può avere conseguenze molto concrete.
La definizione scolastica ci aveva dato un criterio facile da ricordare. La capacità di riprodursi è un indizio fondamentale per molti organismi, la somiglianza pure, ma la domanda che conta è un’altra: cosa li tiene uniti come popolazione e che cosa li separa dalle altre?
Talvolta la risposta sarà chiara. Talvolta richiederà di mettere insieme riproduzione, genetica e storia. È il modo in cui la scienza evita di far diventare più semplice il mondo soltanto perché noi preferiamo le caselle nette.
La cosa da ricordare 💡
Non esiste un unico criterio valido per riconoscere tutte le specie. Per molti animali, la capacità di riprodursi in natura è un criterio molto utile; per batteri, fossili e popolazioni che formano ibridi non basta. I biologi usano quindi indizi diversi per descrivere gruppi che hanno una propria storia evolutiva. I confini non sono ovunque sfumati, ma nei punti di confine bisogna guardare meglio.
Quando un animale viene riclassificato, non sarà soltanto un cambio di etichetta: potresti chiederti quale parte della sua storia, fino a quel momento, non stavamo vedendo.
Alla prossima.
Giovanbattista


