Sposti una cassetta di legno e ti entra una scheggia nel dito. È una cosa da niente: pinzetta, e fine della storia.
Solo che qualche ora dopo il dito non è più quello di prima. La pelle attorno al punto d’ingresso è rossa, la zona scotta un po’ più del resto della mano, il polpastrello è gonfio e fa male anche senza toccarlo.
La scheggia ha attraversato la pelle, la barriera che separa l’ambiente esterno dai tessuti sottostanti. Da quel momento, il corpo deve gestire almeno due questioni diverse: il danno prodotto dal corpo estraneo e l’eventuale presenza di microrganismi entrati attraverso la ferita.
1. Che cosa ha rotto la scheggia
La pelle che la scheggia attraversa è fatta di due strati con due funzioni diverse.
Sopra c’è l’epidermide, ed è sottile: attorno ai 90 micron nella maggior parte del corpo, cioè meno di un decimo di millimetro; parecchio di più sui polpastrelli, sui palmi e sulle piante dei piedi. Non è irrorata dal sangue: si nutre per diffusione dallo strato sottostante. Si rinnova dal basso in continuazione, e nel giro di un mese e mezzo è stata sostituita tutta. Quando un graffio non sanguina, significa che la lesione non è andata oltre questo strato.

