Il doppiaggio dei film in italiano
🧪 L'INGREDIENTE | La tua dose settimanale di cultura generale! | #32/2026
Quello che vedi
In Italia i film stranieri arrivano quasi sempre doppiati. Ce lo spieghiamo con una grande scuola di voci e con un pubblico che non ha mai amato molto i sottotitoli.
L’ingrediente
🔍 È nato da un divieto.
Quando il cinema era muto, tradurre un film era relativamente semplice: bastava sostituire le didascalie. Ma alla fine degli anni ‘20 le immagini cominciarono a parlare, e nelle sale italiane si sentì l’inglese.
Per il regime fascista le lingue straniere erano considerate un’infiltrazione culturale da limitare. Nel novembre 1929 fu negato il visto ai film contenenti dialoghi stranieri; una circolare del 22 ottobre 1930 vietò poi la proiezione dei film parlati in un’altra lingua anche quando le battute erano tradotte con scritte sovrapposte alle immagini.
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La prima soluzione fu piuttosto brutale. Le scene dialogate venivano tagliate o rese mute. Della colonna sonora restavano le musiche e i rumori; al posto delle voci comparivano cartelli con la traduzione. Il procedimento veniva chiamato sonorizzazione, anche se in pratica riportava parte del film all’epoca del muto.
Il risultato poteva essere straniante: gli attori muovevano la bocca senza emettere suoni, la storia si interrompeva e lo spettatore doveva leggere continuamente. In un’Italia in cui circa un quarto della popolazione era ancora analfabeta, non era un inconveniente secondario.
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Considerando i lungometraggi stranieri distribuiti in quegli anni, quasi quattro su dieci subirono tagli alle parti parlate. E poiché circa il 90% dei film che circolavano in Italia proveniva dall’estero, il problema riguardava una parte enorme del mercato cinematografico.
Hollywood non poteva semplicemente rinunciare al pubblico italiano. In un primo momento provò a girare più versioni dello stesso film: stessa scenografia e stessa storia, ma attori diversi per ogni lingua. Altre pellicole venivano doppiate negli Stati Uniti utilizzando attori di origine italiana.
I risultati, però, erano spesso poco convincenti. Gli interpreti parlavano un italiano incerto, con inflessioni americane o dialettali. Nel frattempo la tecnica del doppiaggio stava migliorando e, nel 1932, cominciarono ad aprire i primi stabilimenti specializzati a Roma.
A questo punto arrivò il provvedimento decisivo. Il 5 ottobre 1933 un regio decreto vietò la proiezione dei lungometraggi stranieri doppiati all’estero. Per entrare nelle sale italiane, l’adattamento doveva essere realizzato in Italia, con personale italiano.
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Per trovare interpreti con una buona pronuncia, gli studi si rivolsero soprattutto al teatro. Da lì arrivarono l’impostazione vocale, la dizione sorvegliata e quella lingua neutra, quasi priva di accenti regionali, che avrebbe caratterizzato per decenni il cinema doppiato.
Il volume di lavoro fece il resto. Più film venivano adattati, più aumentavano l’esperienza, la specializzazione e la qualità. Il doppiaggio italiano divenne eccellente anche perché la legge aveva creato un’industria che lo praticava continuamente.
Con il tempo, il vincolo divenne un’abitudine. Il pubblico crebbe ascoltando attori americani parlare un italiano impeccabile; distributori e sale si organizzarono intorno alle versioni doppiate; il sottotitolo rimase un’alternativa minoritaria.
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Oggi la preferenza italiana per il doppiaggio è reale. Ma prima è nato il sistema. Poi il sistema ha formato la preferenza culturale.
Adesso lo sai. E non potrai più non vederlo.
📚 Fonti: Direzione Generale per il Cinema e Cineteca di Bologna, Italia Taglia, “Cinema sonoro e fascismo”; R.D.L. 5 ottobre 1933, n. 1414; Fabio Rossi, “Doppiaggio e lingua”, Enciclopedia dell’Italiano Treccani, 2010.
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