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Immagina un paese in cui vivono due uomini di nome Giovanni.
“Ho parlato con Giovanni”, dici. “Quale?” ti chiedono. “Il fabbro.”
In paese la risposta funziona. Ora immagina che suo figlio venga chiamato “quello del fabbro”, anche se lavora nei campi. E che quell’indicazione passi ai nipoti, poi ai loro figli.
È attraverso passaggi di questo tipo che una descrizione può diventare un cognome. All’inizio descrive qualcuno. Poi identifica una famiglia, anche quando la descrizione non è più vera.
1. Prima c’era una risposta alla domanda “Giovanni quale?”
Nell’Italia medioevale, accanto al nome personale comparivano indicazioni aggiuntive. Servivano a distinguere persone che altrimenti si sarebbero confuse nei documenti e nella vita quotidiana.
“Giovanni di Pietro” diceva a quale famiglia apparteneva. “Giovanni il fabbro” indicava un’attività. “Giovanni da Treviso” segnalava una provenienza. “Giovanni rosso” poteva richiamare un tratto riconoscibile, per esempio il colore dei capelli.
Non erano ancora tutti cognomi nel senso in cui li intendiamo oggi. Una descrizione poteva cambiare quando cambiava la persona descritta. Se Giovanni era figlio di Pietro, poteva essere chiamato “di Pietro”; suo figlio, invece, sarebbe stato “di Giovanni”. L’indicazione si aggiornava a ogni generazione.
Il salto avviene quando il nome aggiunto smette di aggiornarsi e passa ai discendenti. Un figlio continua a portare il nome del nonno, del mestiere di famiglia o del luogo da cui qualcuno era partito. A quel punto la parola non risponde più necessariamente alla domanda “com’è questa persona?”, ma a un’altra: “di quale famiglia è?”.
Non succede dappertutto nello stesso momento. In Italia il sistema formato da nome e cognome si sviluppa nel corso del Medioevo, con tempi diversi da una regione all’altra. Per un bel pezzo, nei documenti, le forme oscillano: uno stesso cognome può essere scritto in modi differenti persino all’interno di una famiglia.
2. Che cosa raccontano Ferrari, Di Pietro e Rossi
I cognomi italiani conservano le vecchie risposte alla domanda “quale persona?”. Alcune sono facili da riconoscere.
Di Pietro poteva indicare un legame con un uomo chiamato Pietro. È un patronimico: nasce dal nome del padre o di un antenato. Esistono anche matronimici, legati a un nome femminile, come De Maria.
Ferrari, come Fabbri, richiama il lavoro del ferro. Non significa che tutte le persone che lo portano discendano dallo stesso fabbro, né che in famiglia qualcuno abbia continuato a lavorare il metallo. Significa che, in qualche storia familiare, un riferimento a quell’attività è diventato un nome stabile.
Trevisan poteva distinguere una persona proveniente da Treviso vista da chi abitava altrove. Se resti per tutta la vita nella tua città, nessuno ha bisogno di chiamarti “quello di Treviso”. È quando ti sposti che il luogo da cui vieni diventa una caratteristica utile agli altri.
Rossi può nascere da un soprannome riferito, per esempio, al colore dei capelli. E il plurale, in molti cognomi italiani, racconta un altro passaggio: non più il singolo Rosso, ma i Rossi, la sua famiglia.
Sono percorsi diversi, ma il meccanismo è lo stesso. Una persona riceve un’indicazione per essere riconosciuta; i discendenti la ereditano. A quel punto il cognome smette di dover descrivere chi lo porta.
Puoi chiamarti Ferrari e non aver mai tenuto in mano un martello. Puoi chiamarti Trevisan senza essere mai stato a Treviso.
3. Chi ha reso stabile il cognome?
Viene da pensare che a inventare i cognomi sia stata l’anagrafe. In realtà molti esistevano già da secoli. I registri hanno contribuito soprattutto a fissarli.
Quando devi distinguere le persone in una conversazione, puoi cavartela con “Giovanni del fabbro”. Ma negli atti che riguardano proprietà, eredità e rapporti familiari diventa importante riconoscere con continuità le stesse persone e i loro discendenti.
Dalla seconda metà del ‘500 i registri parrocchiali vengono tenuti con maggiore regolarità, anche in seguito alle disposizioni del Concilio di Trento. I cognomi non nascono tutti allora: la documentazione contribuisce a stabilizzare un uso già in corso.
Molto più tardi arriva un altro passaggio. Dal 1° gennaio 1866 i comuni italiani tengono i registri dello stato civile per nascite, matrimoni e morti. Esistevano già registrazioni civili precedenti, fra cui quelle di epoca napoleonica; con il nuovo ordinamento si stabilisce una disciplina comune per il Regno. Questi atti, insieme ai registri parrocchiali più antichi, permettono ancora oggi di seguire una famiglia nel tempo.
Il cognome che oggi trovi sul citofono è dunque anche il risultato di una lunga serie di persone che lo hanno pronunciato, scritto e trasmesso. Non sempre nello stesso modo. Chi prova a cercare i propri antenati può scoprire che una lettera si è spostata o che lo stesso cognome compare con grafie diverse nei registri.
Torniamo ai due Giovanni del paese. All’inizio basta dire “il fabbro” per distinguerli. Poi il figlio del fabbro eredita quell’indicazione, anche se fa tutt’altro. Il nipote la trova in un documento. Qualche generazione dopo, nessuno ricorda più il primo Giovanni, ma il nome è ancora lì.
Di quel fabbro potremmo aver dimenticato tutto, tranne il modo in cui ha dato il cognome ai suoi discendenti.
Per approfondire: registri parrocchiali e stato civile sul Portale Antenati del Ministero della Cultura.
La cosa da ricordare 💡
Un cognome è una descrizione che ha smesso di aggiornarsi.
Nasceva per distinguere una persona: dal padre o da un antenato, da un mestiere, da un luogo, da un soprannome. Quando ha cominciato a passare ai figli, ha smesso di descrivere chi lo portava.
In Italia a fissarlo sono stati prima i registri parrocchiali, dopo il Concilio di Trento, poi lo stato civile dei comuni, dal 1866.
Alla prossima.
Giovanbattista


